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DARIO FO


IL MODERNO GIULLARE DIVENUTO PREMIO NOBEL

 


 

Dario Fo nasce a Sangiano nel 1926, ma cresce e vive tra Pino Tronzano e Porto Valtravaglia, entrambi sulla sponda del lago Maggiore. Anche la vicina Svizzera è fonte di numerosi ricordi, come i tetti che immaginava fossero di cioccolata e i contrabbandieri che fuggivano dai finanzieri.

A Porto Valtravaglia, il giovane Fo viene a contatto con i “fabulatori”: personaggi particolarmente vivaci che girovagano per le vie del paese raccontando storie surreali, a metà tra realtà e finzione, utilizzando talvolta una particolare gestualità mimica. Neanche a dirlo saranno determinanti nei suoi futuri lavori teatrali.

Compiuti gli studi all’Accademia delle Belle Arti di Brera a Milano, comincia a lavorare per la radio e la televisione come attore e autore di testi satirici. Inizia così la sua lunga carriera, che lo vedrà, tra l’altro, anche nel ruolo di sceneggiatore, regista ma soprattutto uomo di teatro. Lui stesso si definirà un moderno giullare, che combatte il potere con le armi dell’arte, della comicità e del riso. Fo, infatti, diviene anche un attivista di estrema sinistra e si batterà tutta la vita contro la censura e a favore della libertà d’espressione, in particolar modo nel campo politico. A questo proposito, nel 1962, abbandona la trasmissione televisiva “Canzonissima” per non piegarsi alle pressioni dei dirigenti Rai che volevano l’eliminazione di alcune battute satiriche sul governo.

Dopo il matrimonio con l’attrice Franca Rame, inventa un tipo di comicità nuovo, clownesco, e insieme fondano il gruppo teatrale “Nuova Scena”, con l’obiettivo di ritornare alle origini popolari del teatro e della sua valenza culturale.

Nel 1969 realizza lo spettacolo che lo porta al successo e per il quale, anche all’estero, viene ricordato ancora oggi: “Mistero buffo”. In maglione e pantaloni neri, unico attore in scena, Dario Fo narra una serie di brevi storie di soggetto medievale e religioso, come la resurrezione di Lazzaro o la vestizione di papa Bonifacio VIII. Fo passa da un personaggio all’altro raccontando i fatti in dialetto lombardo o in grammelot (una lingua da lui inventata che ne imita una esistente, utilizzando suoni senza senso insieme ad alcune parole vere) e mimando tutte le parti.

Alla fine lo spettacolo che ne deriva è semplice ma unico e viene portato davanti a qualsiasi pubblico, per piazze e cabaret. Infatti, a seguito dei grandi movimenti di rivolta politica, Fo decidere di abbandonare i palcoscenici tradizionali per occupare qualsiasi tipo di spazio teatrale, come fabbriche, case del popolo e tendoni da circo, dove viene a contatto con il pubblico della classe media-bassa.

Nel 1997 vince il premio Nobel per la Letteratura, ma le reazioni della cultura italiana sono fredde o addirittura scandalizzate (c’è chi dice di non sapere nemmeno chi fosse). Non sorprende che i testi teatrali di Fo sono tutt’oggi poco considerati dal mondo letterario.

Di passaggio a Porto Valtravaglia negli anni avanti, Fo regala un aneddoto ed una citazione a Luino. L’episodio riguarda il giorno del funerale del padre, avvenuto contemporaneamente a quello dello scrittore Piero Chiara, quando la banda al seguito del feretro di Fo iniziò ad intonare “Bella Ciao” e venne seguita, per equivoco, dalle persone che erano intervenute al funerale di Chiara.